La danza macabra del giullare.
Cinema, Fumetti

Joker: la danza macabra del clown

C’erano tutte ma proprio tutte le premesse per un film non riuscito.

Un personaggio che fa del mistero delle sue origini uno dei suoi tratti fondamentali, una interpretazione già leggendaria di soli 11 anni fa, una continuity completamente andata in malora in casa DC, un regista che non aveva sfornato chissà quali capolavori nel genere drammatico. 

E invece il Joker di Phillips stupisce e ti cattura. Merito di un film che complessivamente funziona e di una prova attoriale mostruosa di un Phoenix che forse ci ha regalato l’interpretazione della carriera. 

E’ un capolavoro? E’ davvero uno dei film più importanti della storia del cinema? E’ pretenzioso? E’ un cinecomic? 

Piano con le domande, mettetevi comodi nella vostra stanza buia e preparatevi a lasciare da parte la vostra serenità e spensieratezza. Joker è un viaggio nell’abisso di un uomo, una discesa agli inferi lineare quanto inevitabile, una escalation che ci regala il Villain fumettistico per eccellenza. 

Pochi secondi e già abbiamo una scena cult. Non male come inizio…

CAPITANO TUTTE A LUI

Why always me? mostrava la scritta sotto la casacca il buon Mario Balotelli nell’esultare ai tempi del Manchester City. Bè, forse, quella maglia dovrebbe indossarla il problematico Arthur Fleck, sfortunatissimo cittadino di una Gotham che viene percorsa nelle sue arterie stradali, costeggiate da sacchi dell’immondizia e ratti (giganti?), da violenza, insofferenza e un divario tra le classi povere e i benestanti. Il clima, insomma, non è dei migliori e l’egoismo dilaga imperante. L’unico fattore che accomuna tutti è quello della insoddisfazione, unico vero leitmotiv che unisce una popolazione che odia l’altro, il diverso. E così, se una baby gang si diverte maltrattando un povero disgraziato che fa la mascotte davanti ad un negozio di dischi, nessuno fa nulla. Anzi, c’è da perdere il lavoro. E se ormai i fondi statali in tema welfare sono tagliati drasticamente, tutto quello che dice la psicologa del bizzarro Arthur é che a nessuno importa niente di loro. Alla violenza si risponde con la violenza, mica con l’empatia ed il dialogo. Meglio avere una pistola sottomano, questo è il consiglio di un collega di Arthur. Una arma che, prima ancora di sparare un singolo colpo contro una persona, è il motore dell’ultima caduta di Arthur fino al suo decesso (figurato) ed alla rigenerazione in Joker. 

Molto interessante la giustificazione della risata. Non un ghigno consapevole ma una reazione a situazioni di profondo disagio. Un disturbo bizzarro che gli creerà non pochi problemi (come se non ne avesse già abbastanza).

Forse a livello di sceneggiatura si è calcato troppo la mano sulle disgrazie continue che permeano ogni secondo dell’esistenza di Arthur. Non era necessario farlo malmenare da chiunque visto anche il suo passato turbolento e traumatico. Sta di fatto che Phillips riesce nella prima parte, forse un poco troppo lenta a carburare ma si tratta di preferenze personali, a presentarci un quadro disastroso di Mr. Fleck le cui uniche speranze sono rappresentate da un presentatore televisivo gigioneggiante, il Murray di De Niro, e un Thomas Wayne che, pur con tutte le buone intenzioni, non sembra capire a pieno la portata dei problemi che attanagliano la sua città.

La trama è lineare con qualche piccolo colpo di scena ma non è certo l’intreccio ad essere il protagonista della pellicola. Qualche forzatura di troppo? Eccessivamente prevedibile? Probabilmente sì. La narrazione si incentra su un solo personaggio ma va anche detto che, quando hai ad interpretarlo un mostro sacro, non puoi fare altro che mettere tutto il film al suo servizio…

UNA FENICE CHE RIDE

A Joaquin Phoenix Phillips ha dato via libera: vai e fai quello che vuoi. Non la trovo una colpa, anzi. Rimanendo sempre in ambito calcistico, il buon Rjikaard certo non imbrigliava un genio come Ronaldinho in stretti dettami tattici: vai e fai quello che vuoi, appunto.  Il regista (o l’allenatore) dà solo un recinto di massima entro il quale il suo pupillo può scatenarsi. Se all’inizio non riuscivo a capacitarmi di come potesse, anche solo lontanamente, somigliare al Joker fumettistico, col passare dei minuti subdolamente, senza che me ne accorgessi, non vedevo più sullo schermo un attore interpretare il folle clown nemesi di Batman ma era il Joker in carne (poca) e ossa (più che visibili) a fare capolino pian piano nella sala buia. Raggomitolato su sé stesso, contorto dentro e fuori (la sua stessa danza, già cult, si basa su continue contorsioni dei polsi alla Patty Pravo), con quella risata isterica priva di gioia, il suo Fleck perdente è un personaggio memorabile, poche storie. E proprio come la Fenice che figura nel cognome del nostro Gioacchino, Arthur nel finale risorge ma in altre vesti. Abbraccia la malattia mentale, capovolge i suoi schemi e abbandona tutto quello che lo poteva ancorare al passato e, di fatto, alla realtà. 

Un Phoenix in stato di grazia. Semplicemente straordinario.

Come diceva il Joker nolaniano “la follia è come la gravità, basta solo una piccola spinta” e così le gocce che fanno traboccare il vaso della sanità mentale (quella poca rimastogli) cominciano ad essere troppe per lui. The Killing Joke, graphic novel capolavoro che personalmente adoro, che rappresenta una delle fondamentali ispirazioni per questo Joker come anche per la versione nolaniana del Cavaliere Oscuro aveva ben illustrato il ruolo della follia, la straniante consapevolezza del giullare di aver abbracciato un mondo dove a decidere di cosa ridere è solo lui: “I ricordi sanno essere infami, repellenti piccoli bruti. Come i bambini, suppongo. Ah, ah. […] Ma possiamo vivere senza di loro? I ricordi sono ciò su cui si fonda la nostra ragione. Se non riusciamo ad affrontarli, neghiamo la ragione stessa! D’altra parte, perché no? Non siamo legati alla razionalità per contratto! Nessuna clausola di sanità mentale! Perciò, quando ti ritrovi avviato lungo binari difficili, diretto verso luoghi del tuo passato in cui le urla si fanno insopportabili, ricorda che c’è sempre la follia. La follia è l’uscita di sicurezza… Permette di farsi da parte e di richiudere la porta su tutte quelle cose terribili che sono successe. Di rinchiuderle… per sempre”. 

Il Joker vero e proprio non lo vediamo all’inizio ma assistiamo gradualmente alla sua metamorfosi, al passaggio da una persona insicura e consapevole delle proprie problematiche ad una che, semplicemente, non si cura più di nulla. Non gli importa di un movimento di protesta, non gli importa di essere braccato, non gli importa dei sorrisi della platea. No, ora c’è solo lui. Ed il portamento ingobbito e tremolante che aveva caratterizzato il Fleck di Phoenix per buona parte della pellicola lascia il posto, nell’atto finale, ad un nuovo personaggio che vive una epifania distorta, malata, sanguinaria. La scrittura fa il suo lavoro senza grandissimi guizzi, è la profonda fisicità di Phoenix con i suoi occhi magnetici e il tormento che connota ogni atomo del suo Fleck a costituire il 90 percento del film. E’ quasi superfluo dire che se non è una interpretazione da Oscar questa, si possono pure chiudere i battenti dell’Academy. 

E quando la follia prende il sopravvento, il mr. Hyde clownesco, che si celava dietro il corpo contorto e tormentato di Fleck, sale in cattedra.

OMAGGI E INFLUENZE

Non sono pochi i riferimenti a pellicole passate, neanche a farlo apposta di quello stesso Scorsese che si è scagliato contro i cinecomic pochi giorni fa. Lo spirito di Taxi Driver aleggia, più che sulle strade sudice di Gotham, dentro l’angusto anfratto in cui sopravvive Fleck e sua madre. La solitudine porta ad immaginare cose che non esistono e a dar credito a persone affette anch’esse da disturbi. O forse no. Il dubbio ci rimane ma, alla fine, è davvero così importante avere tutte le risposte? La metropolitana di Gotham torna protagonista (dopo il tentativo genocida di R’as al Ghul in Batman Begins) con inseguimenti e violenza, alcune inquadrature ricordano il Cavaliere Oscuro e la stessa superba colonna sonora è tributaria dei lavori zimmeriani della trilogia nolaniana. Il tutto però mantiene una sua identità. Attinge senza plagiare, cita senza abusare, omaggia con rispetto tenendo la barra dritta sull’unico protagonista in campo: Joker.

La fotografia (notevole) segue di pari passo l’umore di Fleck ed i toni improvvisamente acquistano vivacità quando quella “uscita di sicurezza” chiamata follia viene imboccata dal disgraziato personaggio principale. 

CAPOLAVORO?

E’ difficile capire quale sia il confine tra “filmone”(perdonatemi il termine) e capolavoro. Sicuramente, tra la marea di cinecomic (per me lo è. E’ tratto da un fumetto? Si. Ergo è un cinecomic. Punto.) che si affastellano nelle sale (con un lieve calo nel post Endgame), Joker svetta insieme a illustri compari quali il Cavaliere Oscuro e Logan.

Il suo punto di forza è il suo più grosso limite: puntare tutto sull’evoluzione (verrebbe da dire involuzione) Fleck – Joker. Phoenix cannibalizza chiunque compaia con lui a schermo anche se chi si trova accanto porta il cognome De Niro. Tutti i personaggi secondari rimangono sullo sfondo, sfuocati come le idee malsane di Joker. La fumettosità che rimaneva nel magnifico dualismo anarchia – ordine nel Cavaliere Oscuro lascia il posto ad un contesto ancora più realistico, aprendo le porte alla nascita della nemesi jokeriana in un inversione dei ruoli generatore – generato rispetto alla pellicola di Nolan. Joker sarà, secondo me, un film cult che rimarrà a lungo nell’immaginario collettivo ma questo, con tutto l’apprezzamento che posso avere per tale profonda opera di Phillips (caratterizzata da molte singole scene iconiche e simboliche), ritenerla uno dei 10 film più belli della storia del cinema mi sembra un “tantino” esagerato. Non necessariamente tutto deve essere suddiviso in capolavori irripetibili e filmati di quart’ordine, esistono tante vie di mezzo. E questo Joker lo collocherei là, nella mia personale categoria “filmoni”. Non è un film perfetto e non lo ritengo un pilastro della cinematografia mondiale però è un’opera d’arte che, all’uscita dalla sala, ti lascia qualcosa. A differenza di molte altre pellicole, su questa torni a ripensarci anche tempo dopo. E scusate se è poco.

Una postilla mi sia consentita sul possibile sequel. Sono profondamente dilaniato dall’ipotesi di un seguito. Il film si regge benissimo da solo come stand-alone ma, in tutta sincerità, non so quanto darei per vedere di nuovo in scena il Joker di Phoenix contro Batman. L’uno non può esistere senza l’altro, sono due facce della stessa medaglia, entrambi traumatizzati, entrambi hanno abbracciato una loro follia personale. Occorrerebbe una lavoro sopraffino di sceneggiatura per cercare di mantenere un tono “realista” ed introspettivo pur tirando in ballo il Cavaliere Oscuro. Quello che è certo è che alla Warner hanno una bella gatta da pelare. Lasciare in panchina Joker e fare una serie di film su Batman (affidati alla regia di Reeves) con una continuity tutta sua? Legarli indirettamente al Joker di Phillips? Oppure tenerli imbrigliati all’ormai sempre più informe universo cinematografico condiviso, tenendo presente che ospiterebbe un altro Joker (purtroppo riuscito male), interpretato da Leto? Sono bei problemi. 

Quello che non vorrei sono altri film in “solitario” di Joker. Il Villain ha bisogno dell’eroe con cui confrontarsi, passi per un film di “origini” ma proseguire con altre pellicole aventi solo Joker sarebbe, secondo me, un grandissimo errore. Quasi quanto quello di provocare un comico fallito vestito da clown. Che non ha bisogno più di una maschera per apparire tale perché Joker, ormai, gli è “entrato nella pelle”. 

E se vedete qualcuno danzare come Patty Pravo lungo una scalinata (metafora della discesa agli “inferi” in una danza macabra nella sua folle allegria) con un trucco da clown e vestiti sgargianti, cominciate a correre.

Ha un senso dell’umorismo tutto suo, meglio stargli lontano. Il Joker è meglio non incontrarlo di persona.

Per quello c’è Batman.

15 pensieri riguardo “Joker: la danza macabra del clown”

  1. Avevo già scritto una lunga risposta al tuo commento sotto alla mia recensione, quando mi sono accorto che praticamente tutte le domande che ti ponevo avevano una risposta in questo tuo bellissimo articolo, straordinariamente attento ai particolari dello specifico filmico (hai notato più cose tu nel tuo pezzo che in tutti le orrede recensioni che ho letto in giro anche su testate blasonate!): parli di fotografia (che qui gioca mescolando le palette di colori in un modo assolutamente impossibile nel millennio scorso), di musica, di recitazione nel modo attento che ho imparato essere tua abitudine…

    Tuttavia, carissimo Amulius, malgrado la stima che ho per te e per il pensiero lucido che esce sempre dalla tua prosa (che si tratti di una recensione, un post saggistico, un pezzo di narrativa o anche un semplice commento), devo per onestà dirti che non mi trovo concorde sulla tua interpretazione complessiva dell’opera: non parlo ovviamente del considerare questo film un capolavoro o solo un grandissimo film (discussione a mio avviso davvero imbecille e che sta invece sconquassando le palle a tutti sul web), ma nel ritenerlo un cinecomic.

    Con questo termine, infatti, non si descrive semplicemente un film il cui soggetto sia tratto da un fumetto, ma un particolare modo di trattare l’action ed il fantasy, delimitato da una necessità sempre oscillante tra l’epico e l’ironico, ma giammai nel tragico, perché sempre nel cinecomic la risoluzione finale deve garantire la continuità dell’eroe, giacchè egli è nato fuori del film e fuori del film continuerà ad esistere: Joker, come dicevo nel mio post, è più figlio di Brazil di Terry Gilliam, perchè è un Don Chisciotte impazzito, un personaggio negativo che non vuole nemmeno salvarsi (illuminante la scena in cui perpetra l’omicidio a casa sua senza preoccuparsi del testimone che lascia uscire con estrema naturezza e non perché si consideri onnipotente, ma perché non ha nulla da perdere).

    Ovviamente tutto il resto delle tue e delle mie conclusioni discendono per caduta logica da questa equazione, compreso il discorso sulla mancanza di efficacia (per me invece impeccabile) di una sceneggiatura che non può convincere del tutto se si sposa la tesi del cinecomic (le sue tante ellissi sarebbero in quest’ottica un peccato mortale, laddove invece sono un allargamento di respiro per un film drammatico): il regista di Wardogs e lo sceneggiatore di The Fighter si sono messi assieme per scrivere un film drammatico sull’alienazione nella società contemporanea, una tragedia nello specifico in cui la funzione di coro greco è data dal pubblico del film (noi che eravamo in sala) e dal mezzo televisivo, qui visto come forma di oppressione ed indottrinamento (come esplicitato nell’unico e vero monologo del film, somma algebrica degli sfoghi episodici di Arthur con l’assistente sociale) e come tale ha richiesto a mio avviso un decoupage che poteva concedere nulla di più della disgregazione di un individuo schiacciato e che si ritrova suo malgrado arruffapopolo.

    Di contro ti ho amato, Amulius, per aver capito che l’omaggio a Scorsese è certamente palese, ma non nelle tecniche di ripresa, non in quelle della folla inferocita (dove invece è evidente il debito verso Nolan ed il suo modo di raffigurare Bane nel terzo capitolo della trilogia del Dark Knight, altra tua intuizione felcicissima che ad un esame di cinema varrebbe un 30 con lode!), quanto piuttosto nella concettualità di alcuni suoi personaggi, sempre descritti come reduci sofferenti di disturbo da stress post-traumatico… Porca boia, in quetsi giorni sono rimasto semplicemente basito nel leggere quanta gente che si spaccia per cinefila abbia affermato come la fotografia e la regia di questo film sono riprese pari pari dal cinema statunitese anni ’70 ed in particolare da Taxi Driver! Che tristezza…

    Anche nel commento musicale, a mio avviso, la distanza con il cinecomic è fortissima: laddove un Alan Silvestri cantava l’epica vittoriosa dei vendicatori riuniti sotto il comando di Captain America e Hans Zimmer suonava la marcia notturna dell’eroe di cui Gotham ha bisogno, qui la islandese Hildur Guðnadóttir ha creato variazioni sul tema di un’unica sontuosa marcia funebre, un canto di guerra e morte che può portare solo ad una fine tragica (se non ci fossero le impronte delle scarpe e soprattutto l’orlo del pantalone bianco della divisa da paziente, entrambi sporchi del sangue dell’infermiera, uno sguardo superficiale potrebbe persino equivocare)…

    Le nostre due recensioni, insomma, sono diverissime ma unite da una caratteristica fondamentale (entrambi pensiamo che sia un gran film? Si, ma non è questo… Entrambi pensiano che Phoenix dovrebbe vincere un Oscar? Anche, certo, ma ancora non è questo…): abbiamo visto questo film con il nostro cuore, la nostra cultura, il nostro cervello e le nostre aspettative ed ogni dubbio o speranza è solo nostra e non copiaincollata da qualche opnion leader del momento e questo si che è bello da dibattere!

    Un abbraccio, Amulius!

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    1. Grazie del commento, mi stavo già preparando le risposte alle tue domande (non banali) del tuo commento a risposta sotto la tua sentita recensione!
      Allora, per quanto riguarda l’etichetta del cinecomic, come avrai intuito, io vado per le soluzioni spicciole: è ispirato ad una graphic novel? Si. Fine. E così si trova nello stesso calderone di uno Scott Pilgrim, Watchmen, 300, Doctor Strange e chi più ne ha più ne metta. Poi, all’interno della categoria possiamo metterci più di una sotto-categoria (i film stile Marvel, ad esempio). Ciò perché, se è vero che in molti cinecomic si deve dare “continuità all’eroe”, qua ricordiamoci che parliamo di un villain e che la continuità, quella che apre forse ad un nuovo “franchise” realista (?), emerge proprio nelle battute finali. Questo film, difatti, per quanto voglia attenersi ad un registro più possibile vicino al reale, attinge non poco dalla mitologia di Batman. Lega a doppio filo Joker e Batman, tanto da mostrarci “in diretta” il momento genetico dell’eroe. E’ geniale il fatto di mostrarcelo da una prospettiva diversa ma non ha rinunciato a non mostrarcelo, ad immaginare la sola ed unica storia di un folle, sganciato in qualsivoglia modo dalla sua eterna lotta con il crociato incappucciato. La grossa differenza con la visione Nolaniana consiste nel fatto che, secondo me, stavolta è il “cattivo” a generare la sua nemesi e non viceversa (mentre in tutto TDK si ripete che è stato Batman a cambiare tutto per sempre). Sulla sceneggiatura le mie perplessità sono legate alle disgrazie senza soluzione di continuità che attanagliano il povero Fleck e quella Gotham che resta sullo sfondo. Avrei voluto vedere qualcosina di più visto che si parla di tensioni sociali e di degrado di Gotham più volte. Anche questo è ripreso dall’idea (fumettistica) di una città in pieno declino. Come si suol dire, l’humus è adatto per l’emersione di personaggi sopra le righe (quali Joker e Batman), per un aspetto di follia che distingue tale città da una Metropolis, per dire. Ciò non inficia una scrittura che in generale fa il suo dovere ma, per gusti personali, preferisco quei film da intreccio di impronta nolaniana, che posso farci? Quanto alla colonna sonora, concordo con te sul tono che la bravissima Guðnadóttir ha voluto dare alla sua eccellente colonna sonora ma quella continua scansione ritmica, seppur non frenetica ma – come hai giustamente evidenziato – da marcia funebre, mi ricorda i lavori di Zimmer (e non che sia un peccato), anche se, come è giusto che sia, non è pervasa dall’epica che connotava la trilogia nolaniana (e meno male!). Ti ringrazio, oltre che per il consueto splendido commento, anche per avermi fatto scoprire chi si cela dietro la scrittura di questa perla. Ho adorato the Fighter e, visti i precedenti (attore in vistoso sotto-peso che fa l’interpretazione della vita), direi che Phoenix può cominciare a sorridere.
      Stavolta non però con una risata isterica, però.

      P.S. Splendido il paragone con Brazil, uno di quei film che rimangono impressi per sempre (e non solo per il finale).

      P.S.2 Cosa ne pensi delle teorie complottiste sogno-realtà? A me sembra piuttosto chiaro che l’ambiguità forse può permanere nell’affaire Wayne, sul resto che sia tutta una burla mi sembra francamente eccessivo.

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      1. Ho riflettuto un po’ prima di decidere di rispondere, perché il rischio di passare per il supponente che deve sempre avere l’ultima parola era fortissimo (tu dici la tua, io controbatto e così via), ma ho scelto il rischio, perché in questo caso la mia intenzione non è convincerti a sposare le mie tesi contro le tue (che ha benissimo argomentato ed a cui posso solo aggiungere altro), ma solo spiegarmi meglio…

        Il discorso sui generi cinematografici è ampio e da sempre soggetto ad ibridazioni, specie quando un film ha una sua identità artistica e drammaturgica che lo fa uscire dall’angusto limite del genere: la necessità di etichettare tutto è molto statunitense e risponde ad un bisogno spasmodico di certezze (come un horror vacui nei confronti dei prodotti che non sanno come vendere ed a che pubblico, perché non riescono ad incasellarli in qualcosa che già conoscono e che perciò sanno già come vendere): io e te, che siamo appassionati di cinema, ma anche di letteratura e videogames, ben sappiamo invece che una vera opera d’arte può partire da un soggetto scritto dentro la tradizione e gli stilemi di un genere noto e finire completamente da un’altra parte (pensiamo ad esempio a film come Apocalypse Now di Coppola, Quintet di Altman o The Prestige ed Inception di Nolan).

        In in questo senso, per un europeo è assurdo parlare di cinecomic come di un genere contraddistinto esclusivamente dall’origine fumettistica del soggetto, perché sarebbe come creare il genere cineromanzo per definire tutti i film tratti da un libro: quella definizione di genere non farebbe capire nulla al pubblico e questo perché nei fumetti, come nella letteratura tradizionale, ci sono già i singoli generi che contraddistinguono la storia (comico, commedia, sentimentale, horror, thriller, crime, dramedy, heist, biblico, politico, bellilco, etc.) ed anche le loro ibridazioni.

        Per questo io nel mio blog, per farmi capire dai miei lettori, ho sposato quella definizione di cinecomic più legata al mondo supereroistico, dove per l’appunto la sospensione di realtà e la creazione di un universo fantastico dove ambientare le storie degli eroi protagonisti e relativi villain, sono il suo stesso limite.

        Un film come Super di James Gunn, pur non essendo tratto da alcun fumetto realmente scritto, è paradossalmente più cinecomic, proprio nel suo intento dissacratorio parodistico, del Joker di Todd Phillips…

        Però (c’è effettivamente un “però” grande come una casa!) è anche vero che questo Joker, per evidenti necessità di budget e per ritagliarsi uno spazio preciso all’interno della distribuzione cinematografica statunitense, è nato con il peccato originale di una grandissima “paraculata”: pur non essendo (per me) un cinecomic, si presenta al mondo come tale, sputando nel piatto dove ha mangiato ma usando tutti i canali comunicativi massificati tipici del genere stesso.

        Questa ruffianeria è per me il “peccato originale” del film, che tuttavia io considero un’opera somma perché non la giudico dal punto di vista etico.

        Concludo il mio lungo pistolotto, parlando sulle varie teorie che stanno girando per il web riguardo la trama, alimentate proprio da quel pubblico abituato a schierarsi nelle tifoserie tipiche del genere cinecomic (a cui, ripeto, il film non dovrebbe teoricamente appartenere, ma nel quale gli autori si sono gettati sin dall’inizio a capofitto per garantirsi una platea assicurata di partenza)…

        Spoiler

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        Joker uccide 9 vittime, di cui gli autori mostrano al pubblico generalista (quello che non va oltre l’evidenza ed a cui ogni cosa va spiegata) l’omicidio di 6 (i 3 impiegati di Thomas Wayne in metropolitana, sua madre in ospedale, l’ex collega e l’anchorman televisivo), mentre al pubblico abituato al visione non scontata di un film mostrano solo i segni a posteriori delle altre 3 vittime (la vicina di casa, con cui ha fantasticato una relazione inesistente, sua figlia e la psichiatra che lo visita alla fine del film): penso che non abbia bisogno di essere spiegato come il pubblico tipico dei cinecomic non avrebbe potuto digerire che una figura antieroica, con la quale aveva comunque empatizzato, poteva essersi macchiato di di 3 delitti così orrendi (quali quelli solo accennati da sirene della polizia, urla, segni di colluttazione e macchie di sangue assenti prima del fatto).

        Proprio queste ellissi narrative segnano il passo del film, così come per un pubblico generalista è quasi più terribile non sapere con certezza se Arthur Fleck sia o meno il figlio di Thomas Wayne, che non se abbia davvero ammazzato la vicina di casa: la prima notizia non la perdonerebbero mai, mentre la seconda in qualche incredibile modo potrebbero digerirla…

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      2. Ti ringrazio della risposta che mi ha aiutato a capire ancora meglio la tua scelta sulla definizione della “etichetta” cinecomic. Ecco, diciamo che quello che tu definisci cinecomic (perché, appunto, è un film che pur non attingendo direttamente da una graphic novel, trae ispirazione dai topoi e dagli stilemi tipici del mondo dei supereroi), io lo vado ad etichettare come film supereroistico. Non ho visto Super (e mi hai incuriosito molto su tale film) ma, ad una lettura approssimativa della trama, non è molto distante da Defendor (pellicola che vidi diverso tempo fa con un Harrelson che interpretava una persona affetta da disturbi mentali…di nome Arthur (!)) e penso che nessuno negherebbe l’impronta fumettistica (forse la più evidente nell’intero panoarma dei blockbuster degli ultimi anni) di un Umbreakable, pur non avendo un’opera fumettistica di riferimento. In questi casi li definisco supereroistici ma, alla fine della fiera, il concetto non è molto distante dalla tua nozione di cinecomic.
        Se il fatto che l’opera sia stata concepita come film autoriale è indubbio, è altrettanto vero che il finale lascia molte porte aperte (sulle quali confido). Anche se, come scritto in recensione, bisogna essere molto bravi a conservare almeno un barlume di approccio realista per non creare un effetto DCU di Snyder seguita da Justice League. Una mission impossible, probabilmente. E sulla Warner-DC non faccio grande affidamento.
        Quanto, poi, alle vittime, hai fatto una disamina eccellente che condivido a pieno. E aggiungo che, proprio la forza “realistica” di Joker, come Gomorra, rende il male molto più “comune”, molto meno distaccato e immaginario di un semplice folle che ride. Il cattivo monocromatico è molto meno spaventoso di una persona che potrebbe esistere per davvero. E mostrare direttamente di cosa sarebbe capace, secondo gli autori, sarebbe stato troppo. Non condivido la scelta ma la capisco.

        P.S. Sapevi che tutta la storyline della vicina è stata rivista e che originariamente non era concepita come frutto della immaginazione di Fleck (seppur col medesimo tragico epilogo ma per motivazioni diverse)?
        Sono rimasto basito.

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      3. Ci sono giornali specie negli USA che ogni giorno pubblicano nuove notizie e le testate online italiane ci campano sui social…
        Sta venendo fuori di tutto su questo film… Penso che sia il lungometraggio più chiacchierato, discusso, analizzato, amato, odiato degli ultimi tempi!! Non ho mai letto giudizi così diversificati: si va dal capolavoro assoluto, al molto bello ma, passando per il film copiato e per finire addirittura c’è chi si un giornale nazionale l’ha definito “cagata pazzesca”… Mamma mia, Amulius, che tempi… Un meteorite non basta… Almeno due ce ne vogliono…

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      4. La cosa più strana e assurda è che se ad Agosto qualcuno mi avesse detto che avrei preferito Joker a Once Upon A Time in…Hollywood mi sarei messo a ridere (non come Fleck, però). E invece mi ritrovo più a riflettere e a discutere su questa pellicola (sulla quale non avrei scommesso un euro) che sull’ultima opera di uno dei miei registi preferiti.

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  2. Faccio una premessa… Parlo come una semplice spettatrice che ama Batman e Joker niente di piú. Il film mi é piaciuto per la fotografia e la maestosa interpretazione di Phoenix e per una frase che lui dice sui malati psichiatrici e sul loro abbandono da parte dei “normali”, lo penso anch’io e su questo nasce Joker ma anche Batman se ci pensi bene. Gotham é sempre Gotham anche se piove poco. Non é un capolavoro nemmeno un filmone. É un bel film con una maestosa interpretazione insomma si torna a casa “contenti” e visto alcuni film in giro e già un ottimo risultato cmq Phoenix era bravo pure prima ma nessuno dei normali spettatori ha notato questa cosa. Meglio di quel pesce lesso di Pitt 🤣

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    1. Sul fatto che Joker e Batman siano due persone con evidenti problemi psichiatrici sfondi una porta aperta (ed è su questo che Moore ha posto come base per the Killing Joke). Senza Phoenix questo film non sarebbe venuto fuori. Ringrazio sentitamente Phillips perché, sino a quando non ho visto Joker, associavo Phoenix (pur avendolo visto in altre pellicole ed in generi tutt’altro che simili come Her e Irrational Man (ironico il titolo, col senno del poi)) all’infame e viscido Commodo del Gladiatore. Finalmente posso guardarlo senza pensare a quel maledetto (in tutti i sensi) personaggio. Su Pitt, per me ha toccato l’apice nell’Esercito delle 12 Scimmie (ed in Fight Club), non lo considero un cattivo attore ma Phoenix gioca in un altro campionato, quello con Day Lewis, Bale, Di Caprio, Norton e pochi altri (senza tener conto dei mostri sacri del passato). Sul “filmone”, è la mia definizione per un film ambizioso, complesso ma non un capolavoro. Ormai ci si esalta per qualsiasi cosa, non esistono più le mezze misure (e questo vale in tutti i campi).

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  3. Per il momento mi limito a ringraziarti per questo post, non solo acuto e ben scritto come sempre, ma commovente – ma magari questo dipende da me e dalla mia sensibilità “alienata”. Raccolgo tutto ancora una volta, lo metto in saccoccia e mi auguro, a questo punto, di riuscire davvero a vedermelo al cinema ‘sto film: sto tergiversando da più di una settimana, ormai, voglio ma non voglio, non sono sicura di sentirmela.

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    1. E’ un film non consigliato per spegnere il cervello e farsi due risate al cinema. E’ una di quelle opere che ti fa sentire a disagio (come minimo) durante e dopo la visione. Allo stesso tempo è un film, secondo me, da non perdere. Va visto, però, col “mood” giusto, questo è sicuro.

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