Cinema

Harrison Ford e figli sul grande schermo: la dura vita del papà

Nessuno come lui.

Nessun attore può vantare la partecipazione in due delle saghe “nerd” e cult per eccellenza, come Star Wars e Indiana Jones.

E nessuno può vantare l’essere pure il protagonista di uno dei già grandi film fantascientifici di tutti i tempi, Blade Runner (nonché nell’ottimo sequel).

Sorrisino ironico, battute pronte ed eccolo là, pronto a sparare contro stormtrooper all’interno della Morte Nera, a fuggire dentro un tempio maledetto dopo una cena indimenticabile o, ancora, in una versione più cupa a mettere alla prova i “lavori in pelle” visionandone la pupilla. In poche parole un mito.

E allora, proprio oggi nella festa del Papà, mi chiedo perché Hollywood si sia accanita negli ultimi undici anni contro questo pover’uomo.

Perché, sceneggiatori? Per quale motivo tormentare la vita di un eroe spensierato e allegro con situazioni familiari quantomeno complicate? Il nostro immaginario viene progressivamente distrutto e l’uomo senza paura è assillato da della prole piuttosto problematica.

Non ci avete mai fatto caso?

Passiamo in rassegna i grossi guai familiari dei ruoli iconici fordiani negli ultimi sequel.

INDIANA JONES: UN FIGLIO FASTIDIOSO

So che molti amanti della saga dell’archeologo più famoso del mondo (dopo Piero Angela si intende) fanno finta che il quarto capitolo non sia mai esistito ma, purtroppo, il regno del teschio di cristallo fa a tutti gli effetti parte della lore di Indiana Jones e dobbiamo convivere con tale peccato (perché Spielberg, perché?)

Con tutti i possibili eredi del mitico cappello e frusta, scegliere Shia Leboeuf è stata una grande trovata pubblicitaria. Non era facile optare per un attore che, prima ancora che la rete ne fosse pregna, era già un meme vivente.

Shia Leboeuf: il re dei meme

Quante volte avrò visto le varie versioni del suo video motivazionale “just do it”! Non divaghiamo, però.

Come se non bastasse soffocare nelle sabbie mobili, i perfidi sceneggiatori decidono di rovinare la vita al dottor Jones, portandolo a conoscenza giusto in quel momento dell’orrenda scoperta di avere come figlio quella parodia di Elvis sotto anfetamine. Proprio mentre il nostro eroe sta scendendo nella melma.

“Tuo figlio è quello vestito da Fonzie”.

Una metafora voluta? “E’ tuo figlio” gli dice con calma serafica Marion Ravenwood e l’espressione di Indiana Jones è tutta un programma.

Il caro Shia non è un pessimo attore ma vedere un piccolo Fonzie urlare per metà film (forse aspettandosi da un momento all’altro di essere inseguito da qualche Transformer) non ha certo contribuito ad una pellicola che, purtroppo, è lontana dai fasti del passato di Indiana.

Dì un’altra parola, Fonzie. Dì soltanto un’altra parola…

Il nostro Ford non può crederci e non può nemmeno immaginare che quello è solo l’inizio di una serie di disastri familiari che lo perseguiteranno in tutte le saghe cult di cui fa parte.

In un colpo di genio, questo gliene va dato atto, Spielberg nella scena del matrimonio di Indy fa svolazzare il mitico cappello tra i piedi di Leboeuf solo per venire agguantano – prima che lo indossi – da un Ford che cerca di preservare il proprio personaggio.

E per ora c’è riuscito.

STAR WARS: UN FIGLIO INSTABILE

Bè, direte voi, avere un figlio esaltato che si mette il gel con tagli improponibili nei capelli non è quanto di peggio possa capitare. E avete ragione. Può infatti succedere di un figlio col sangue di Skywalker che decide di andare in giro in veste da cosplay del nonno, Darth Vader.

Aaah, Kylo Ren! Personaggio anni luce più caratterizzato e originale di Henry Jones III, il buono passato al lato oscuro è il vero protagonista della terza trilogia starwarsiana. Non me ne vogliano i sostenitori e le sostenitrici di Rey ma quel suo essere “Mary Sue” non riesce proprio a farmi empatizzare con miss perfettina. Per colpa di questa sciagurata un Han Solo che si vive la sua pensione in maniera spensierata lontano dalla moglie, tra fughe da creditori e assalti a navi spaziali abbandonate, viene coinvolto in un’impresa mortale. Dopo aver già rischiato la pelle in una battaglia contro i nostalgici imperiali del Primo Ordine e rivisto la moglie Leila che intanto è tornata in politica, il sig. Solo decide che è ora di riportare il figliol prodigo a casa.

“Ti fai vivo solo ora?” “Ero andato a prendere le sigarette”.

Ancora una volta riesce ad infiltrarsi tra le fila nemiche per vedere che Rey si è liberata (proprio dalle grinfie di un Kylo con grosse crisi nervose) e scorgere su un ponte sospeso sull’abisso il figliolo nella sua consueta divisa nera. “Mi sento dilaniato” dice il Sith di nuova generazione anche se, pochi istanti dopo, ad essere dilaniato è il corpo del povero Solo che ha fatto tutta quella strada solo per venire infilzato come uno spiedino.

Bello di papà!

Se questo parricidio significa mettere una pietra tombale su qualsivoglia redenzione del personaggio più interessante di tutta la nuova saga, il primo pensiero non può che andare alla nostra canaglia spaziale che muore due volte: fisicamente e interiormente, venendo tradito dal proprio sangue. C’è da dire che gli Skywalker non è che abbiano mai dato segni di stabilità mentale, da un Anakin che non è mai stato tanto a posto ad una Leila col vizio di dare ordini a chiunque. E se a questo aggiungiamo poteri paranormali di cui sono (erano?) solo dotati loro, la frittata è fatta. Insomma, caro Han, non potevi aspettarti una discendenza tranquilla.

BLADE RUNNER: UNA FIGLIA ASOCIALE

Me lo immagino Ford quando è stato contattato per Blade Runner 2049:

“Va bene, ragazzi, io ci sto. Però basta problemi familiari, davvero.”

“No, figurati, Harrison! Il tuo Deckard sarà in formissima e avrai pure l’happy ending!”

E invece.

L’espressione di Ford dopo aver letto dell’ennesima prole problematica.

Non c’è tregua infatti per Ford nemmeno nelle vesti del Blade Runner Deckard. Ennesima tragedia familiare (stavolta è la compagna a lasciarci le penne o, verrebbe da dire, i circuiti).

E così, dopo essere stato torturato da un Leto con problemi di vista e aver dovuto assistere ad un dialogo surreale col fantasma di Rachel che gli appariva innanzi, ecco che si ritrova a dover incontrare la figlia. Figlia abbandonata suo malgrado e con gravi problemi di socializzazione. La sventurata vive in isolamento per oltre vent’anni dentro una vera e propria prigione, dilettandosi a scrivere e programmare i ricordi dei replicanti. Passa le sue giornate scalza a parlare ad ologrammi.

Assistiamo al sacrificio di K che porta Deckard dall’unico legame familiare che gli rimane e ad un Ford che si avvia per una scalinata nevosa piuttosto titubante, dovendosi confrontare con l’ennesima prole problematica.

Carissima, come ce la passiamo qua al Grande Fratello?

Nelle ultime sue scene possiamo vedere il sollievo del nostro eroe appena constata l’assenza di spade laser rosse nei paraggi e, soprattutto, la presenza di un precauzionale vetro spesso che lo protegge da eventuali parricidi inaspettati o da urla fastidiose.

E così eccoci alla fine di questo viaggio tutto fordiano in sequel di saghe cult che hanno, come leitmotiv, un rapporto burrascoso o tormentato tra l’eroe e la sua prole.

Forse, dopo tanta agonia, per il nostro caro Harrison è giunto il momento di un po’di serenità (Indiana Jones V permettendo).

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