Cinema

L’uomo che uccise Don Chisciotte: sogni cavallereschi

Nel 1615 Miguel De Cervantes Saavedra termina Don Chisciotte.

Per la precisione, conclude la seconda parte dopo esservi stato “costretto”. Non poteva certo permettere che un sequel apocrifo come quello di Alonso Fernandez potesse proseguire le storie del suo personaggio. E così Cervantes continuò le avventure di Don Chisciotte e Sancho Panza togliendosi al contempo parecchi sassolini dalle scarpe nei confronti delle avventure narrate dal rivale. Il folle cavaliere avrebbe ripreso il suo viaggio in un contesto che stavolta conosceva le sue stesse imprese, smentendo quelle narrate da Fernandez. Cervantes nella sua genialità fece in modo che la realtà della seconda parte di Don Chisciotte conoscesse la prima come un romanzo. In tal modo il cavaliere errante ed il suo scudiero erano delle celebrità e le loro sgangherate vicende assumono un tono dolce amaro, con personaggi che finiscono per prendersi gioco di loro basandosi sulle loro stesse precedenti imprese. Un meta-romanzo nel XVII secolo.

Nel 2018 Terry Gilliam presenta al mondo il suo ultimo film, L’uomo che uccise Don Chisciotte, ed è una pellicola magnificaCome Cervantes 5 secoli fa, Gilliam riesce a creare con una storia nella storia, un meta-film, attraverso un’opera che è sia un tributo a Don Chisciotte che un film su di esso e lo fa con una maestria e delicatezza da standing ovation. 

Coadiuvato da un Driver sontuoso e un Pryce che sembra essersi divertito un sacco, Gilliam tira fuori dal suo magico cilindro una pellicola che fa sorridere, commuove, lascia col fiato sospeso in un vortice di emozioni che solo il Cinema con la C maiuscola riesce a regalare. Come la cavalleria nell’età del “metallo” di Cervantes era ormai qualcosa di inesistente e retaggio di un glorioso e nebuloso passato che Don Alonso Quijano rispolvera, così il Cinema grandioso che va oltre CGI invadenti, mille esplosioni o continui inseguimenti, viene riscoperto da Gilliam nel miglior omaggio possibile ad un eroe immortale.

 

UNA STORIA DI SOGNI

Tutta la pellicola ruota intorno ad una parola chiave: sogno.

Un Adam Driver da antologia interpreta tale Tobi Grisoni, un regista visionario che in terra iberica sta girando una pubblicità. Cos’è dopotutto uno spot se non una vetrina di sogni? Casualmente ha ad oggetto proprio Don Chisciotte ma Toby non è convinto, pare aver perso il sacro fuoco di quand’era un giovane studente di regia. Per quanto si sia arricchito e abbia avuto un riconoscimento del suo genio, ha nostalgia del suo primo film, girato a qualche chilometro di distanza, in un paesino chiamato non a caso Los Suenos. A seguito della prima delle numerose vicende esilaranti e rocambolesche che vedremo per tutto il film, Toby incontra il suo Don Chisciotte (Jonathan Price), un calzolaio che aveva impersonato il cavaliere della Mancha nella sua pellicola. Ma c’è un problema. E’ entrato troppo nella parte e crede di essere lui stesso Don Chisciotte.

Un film picaresco dedicato al romanzo picaresco per eccellenza. Lo spirito donchisciottesco è presente in ogni fotogramma della pellicola.

Inizia così un viaggio fatto di visioni, incontri surreali e divertenti, colpi di scena e dialoghi attraverso una Mancha fiabesca ma mai del tutto surreale con i suoi colori sbarlorditivi, mentre una  ottima colonna sonora dal sapore iberico fa da sottofondo.

Quanto alla trama mi fermo qua, il resto scopritelo da voi e, credetemi ne varrà la pena sino all’ultimo fotogramma in un finale da applausi con le lacrime agli occhi.

Gilliam riesce a percorrere il crinale tra realtà e follia in una maniera sublime, senza mai eccedere con viaggi allucinanti da un lato e dall’altro senza appesantire od ingrigire quella che è una commedia dolce amara come proprio la seconda parte del Don Chisciotte.

Per chi ha letto l’opera di Cervantes sono innumerevoli i richiami al romanzo ma, soprattutto, è lo spirito donchisciottesco a permeare tutto il film, senza mai andarsene per un secondo. L’idea del sogno, del potere dell’immaginazione, degli inganni della mente ai quali nemmeno un geniale regista sa resistere è rappresentato senza eccessi o usi scriteriati di CGI. L’effettistica è limitata a pochissime scene, il resto è tutto basato su una scenografia ed una fotografia mozzafiato, capace anch’essa di calarci in una Spagna da sogno ma non troppo.

 

UN DUO ESILARANTE

Ad impersonare Don Chisciotte ed il (suo malgrado) Sancho Panza, alla fine della tormentata produzione ventennale del film di Gilliam, danno del vero spettacolo Pryce e Driver. Il primo, che con il regista aveva impersonato il sognatore (anch’esso) Sam Lowry nella realtà distopica di Brazil, colora il suo calzolaio-Don Chisciotte con un interpretazione che evidenzia la vivacità, l’orgoglio e i momenti comici di un personaggio talmente iconico che rischiava di essere troppo macchietta. Niente di tutto ciò, il suo lavoro è encomiabile.

Tutta la poesia e la follia di Don Chisciotte vengono trasposti su schermo da un Pryce magnifico.

Parliamo ora di Driver. E’ passato, nella mia classificazione mentale degli attori, da attore che fa piacere ritrovare in un film ad attore per il quale si va a vedere un film. Espressività, presenza scenica, carisma, versatilità tra scene più comiche e scene drammatiche, è uno dei pochi attori della sua generazione a tenerti incollato allo schermo. Toby (in cui Gilliam rivede un pò sé stesso) è un personaggio da una caratterizzazione a “strati”, non è solo un cinico ma è un sognatore che ha accantonato le fantasticherie del passato (che ha addomesticato per il profitto) pur percependo che sotto, in fondo, la sua immaginazione si muove e chiede di più.

Un Driver in odore di Oscar. Attore spettacolare.

 

E chi potrebbe risvegliare questa sua capacità immaginifica se non l’emblema del potere della mente di creare una realtà che non esiste? Nel romanzo Sancho Panza dovrebbe impersonare l’uomo più di buon senso tra i due, colui che tende a mitigare (per quanto possibile) le eccentricità del cavaliere errante Don Chisciotte. Eppure anche lui ne viene sedotto, dopotutto è più pazzo il pazzo o colui che lo segue? Al costante disappunto che si staglia sul suo viso enorme (che si sporcherà sempre di più nel tempo) nei primi atti della pellicola, piano piano fa capolino lo stupore, venendosi a creare un legame folle e bellissimo al tempo stesso, col suo condottiero. Driver è riuscito a trasmettere tutto ciò, con una espressività rara. Originariamente il suo ruolo doveva essere di Depp ma, vista la sua interpretazione magistrale, direi che non ci siamo persi nulla. Anzi.

Non tralasciamo troppo i comprimari, il gelido affarista russo (Stellan Skarsgård), la focosa e stramba compagna di lui (una spassosa Olga Kurylenko), l’oligarca senza scrupoli (Jordi Mollà) la disillusa Angelica (Joana Ribeiro) e menzione d’obbligo per il misterioso gitano (Óscar Jaenada), tutti ottimamente portati in scena.

I momenti in cui compare il personaggio di Olga Kurylenko sono una delle numerose occasioni in cui piangerete dalle risate.

 

UN TESTAMENTO CINEMATOGRAFICO

L’uomo che uccise Don Chisciotte è un film su Don Chisciotte, su Gilliam stesso, sulla travagliata produzione della pellicola, sull’immaginazione e la sua potenza, sull’ingenuità dei sogni che, per quanto proviamo a sopprimerli, rimangono latenti nel nostro essere, pronti ad agguantarci e a trascinarci di nuovo. Penso proprio che a Cervantes sarebbe piaciuto molto. Altro che quel sequel apocrifo di Fernandez!

Se avete letto Don Chisciotte, questo è un film da vedere assolutamente. Se amate il cinema pure. Non ci sono scuse. A mani basse uno dei migliori film dell’anno per il sottoscritto.

La pellicola di Gilliam, che seppur visionario è molto più contenuto e “controllato” del Giliam sfrenato di Parnassus (non mancano comunque le sue inquadrature oblique e grand’angoli che distorcono la realtà come la mente del calzolaio), parla dell’uomo che uccise Don Chisciotte, del testamento ideale che ci tramanda il cavaliere della Mancha ma noi sappiamo, l’ha detto lui stesso, che Don Chisciotte non può morire.

In noi tutti c’è un Chisciotte che cavalca all’orizzonte con a fianco Sancho Panza.

Se tendiamo l’orecchio possiamo sentirlo declamare l’importanza della cavalleria ed il nobile ruolo di chi vaga per il mondo a difenderla.

Il mondo ha bisogno dei suoi cavalieri erranti ed il cinema ha bisogno di registi come Gilliam.

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8 pensieri riguardo “L’uomo che uccise Don Chisciotte: sogni cavallereschi”

  1. Ho voluto attendere di vedere anch’io il film di Gilliam (cosa che avrei fatto comunque, giacché amo alla follia questo cineasta, anche quando ha delle cadute stilistiche) prima di commentare il tuo comunque splendido articolo ed ora posso aggiungere una doppia considerazione positiva a quanto hai scritto: non so se la mia affermazione potrà paradossalmente darti fastidio (perché ogni classifica in fondo contiene anche il concetto di ultimo, oltre che di primo), ma non ho alcun dubbio nell’affermare che questo è il tuo articolo più bello che io abbia letto da quando ti conosco.

    Non solo, infatti, hai scritto una recensione impeccabile, appassionata, trascinante e piena di amore verso la narrazione per immagini, ma hai anche perfettamente colto il vero valore della pellicola di Gilliam ovvero l’ermeneutica con cui ha decodificato la cifra letteraria di Cervantes e tutto il valore allegorico che il suo romanzo ha portato nell’intera letteratura europea: senza esserne la noiosa trasposizione in film, l’opera di Gilliam è infatti incredibilmente la versione più fedele all’originale, perché parlando di esso, finisce per spiegare al pubblico il significato del Don Chisciotte e tu lo hai spiegato molto meglio di me nel tuo articolo!

    Davvero un grande lavoro ed una grande umiltà da parte tua, con la quale ti sei messo al servizio sia del film (regista ed attori compresi) sia dell’epopea di Cervantes, salvandone la figura storica ed illuminando con le tue parole il parallelo che lo stesso Gilliam fa con il suo film-mondo o come hai detto tu il suo film-testamento.

    Non so quanto potrà avere successo, perché non sembra che la bellezza vera (anche quella senza tempo, come quella della recitazione di Jonathan Price e Adam Drive e quella della regia “obliqua” dello stesso Gilliam) venga sempre accolta favorevolmente e già sono tante le voci critiche che hanno condannato l’opera, stroncandola miseramente, ma fortuantamente altre, le migliori, che l’hanno compreso fino in fondo, come hai fatto.

    Da estimatore sfegatato di Gilliam, aggiungo solo la mia grande sddisfazione per il compimento di un’opera che stava diventando persino maledetta nel suo non riuscire ad essere completata, ma soprattutto a quella chiusura del cerchio (non riuscita al nostro autore quando con The Zero Theorem volle riprendere temi annunciati in Brazil) questa volta perfettamente completata, tanto che tutto lo spirito (letterario, metaforico, epico e guascone) su cui era costruito The Fisher King, si ritrova in pieno in questo The Man Who Killed Don Quixote.

    Alla prossima, amico.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie davvero Kasabake, questo film l’ho “sentito” molto! Avevo alte aspettative, vuoi per il riferimento letterario (che poi è stato ben più di un riferimento come sappiamo), vuoi per un cineasta che mi ha sempre stupito (sin dalla sua prima pellicola che vidi, quell’Esercito delle 12 scimmie che colloco nell’olimpo dei miei film di fantascienza preferiti, passando per il visionario Barone di Munchausen che ho ripescato con piacere qualche anno fa, senza dimenticare quella perla della Leggenda del Re Pescatore – anche in quel caso con un duo in grande spolvero – e il finale di Brazil che è uno dei più geniali che io ricordi) e finalmente posso dire che le mie aspettative non sono state tradite! Non sai che sollievo! Spero che questa mia serie di impressioni sul film possa spingere qualche dubbioso ad andare in sala. L’ho visto sabato sera ed eravamo in tutto sei. E’ un peccato e lo è ancor di più se si pensa che questo è un film molto più “accessibile” rispetto agli altri di Gilliam. Alla fine mi sono commosso e riuscire a far sorridere e piangere con un film non è operazione semplice. Ho letto qualche recensione (rigorosamente dopo aver visto il film) e, secondo il mio umile parere, che non è tecnico e non ha alla base un’enciclopedica conoscenza cinematografica, non viene da molti analizzata questa opera per quello che realmente è: un film su e con Don Chisciotte. Il corrispondente letterario è importante come non mai in un film di questo tipo e vederle recensito questo l’Uomo che uccise Don Chisciotte senza ricordare il legame con l’opera di Cervantes snatura il senso della pellicola di Gilliam.

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      1. Esatto! Il fatto che sottolinei l’importanza del legame con l’opera letteraria di Cervantes è l’esatta dimostrazione del perché la tua recensione è completa, mentre tante altre (troppe!) non hanno fatto questo sforzo…
        Scoprii l’opera di Cervantes all’università perché veniva citata in continuazione dal mio mentore come esempio di grande romanzo europeo ed alla fine lo lessi nel modo migliore, senza costrizioni scolastiche… Lo capii e lo amai ed ora il film di Gilliam me lo ha ritirato fuori dal cuore e sì, anch’io mi sono commosso!
        Buona serata Amulius!

        Piace a 1 persona

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