Scribacchiando

Il pianeta sbagliato

“Manda l’olovisione in diretta planetaria sulla prima frequenza” disse il segretario Alvinis col suo sibilo fischiante, tipico del dialetto sud-ailiatiano, all’assistente Aimoid.

“Ma…non so se è possibil…”

“Fallo. Ora, prima che inizi!”

Aimoid si diresse con la sua andatura zoppicante fuori dall’ufficio, facendosi spazio tra i giornalisti che affollavano il corridoio.

Appena la porta ovale si chiuse, Alvinis diede un’occhiata ai suoi appunti sullo schermo digitale alla sua sinistra, scorrendo velocemente con un gesto della chela le parti che ormai sapeva a memoria. lanciò uno sguardo alla video proiettato sulla sua scrivania: in quel momento toccava a parlare al segretario del pianeta 4, un emerito imbecille. Aveva giusto il tempo per un’ultima chiamata alla Ronda Planetaria, diede l’apposito comando vocale e dopo pochi secondi comparve alla sua destra la riproduzione del mezzobusto del comandante della Ronda.

“Comandante”

“Signor Segretario”

“Tutto tranquillo?”

“Signorsì. La capsula mantiene la posizione attuale e non sono in vista altri arrivi, le sonde non rilevano nulla”.

“Ottimo. La contatterò più tardi, Prima Ailiat” disse battendosi la chela sul petto.

“Prima Ailiat” rispose il Comandante col medesimo gesto.

Stava per rileggere per l’ennesima volta il discorso, quando udì il proprio nome. Dallo schermo centrale della sua scrivania non proveniva più alcun suono. Sistemò con cura il sensore neurale in mezzo agli occhi, in tal modo poteva vedere come se fosse stato realmente, a centinaia di parsec di distanza, nella sede federale.

Udì il ronzio che anticipava la proiezione dell’ologramma – partiva in automatico –  e un’istante dopo si trovò al centro di una vasta sala ovale.“Chiedo scusa a voi, colleghi segretari della Federazione degli 11 pianeti…” esordì cercando di scandire in maniera chiara le parole per nascondere il proprio accento.

Si prese qualche secondo per osservare i rappresentanti federali, seduti sui loro scranni, 10 come gli altri pianeti. C’era chi aveva una peluria bianca, essendo ancora all’inizio del mandato e chi, invece, ormai era un decano federale, con tanto di peli scuri e chele tatuate.

“… ma, al contrario di altri, io devo pensare a difendere i confini del mio pianeta, l’undicesimo o, come preferisco chiamarlo, Ailiat.”

Grugniti e borbottii si diffusero per tutta l’aula. Alvinis sorrise, mostrando le sottili fauci color granito.

“Ho ascoltato con vivo interesse le vostre osservazioni, i richiami ai principi federali, presunte leggi vecchie di secoli e quant’altro. Tutte belle parole ma a farne le spese sono solo gli Ailiatiani!”

Il clamore in sala si fece più vivo e qualcuno avanzava richieste di intervento.  Il presidente invitò tutti alla calma battendo una chela sul suo scranno bianco, rivolgendo al contempo ad Alvinis un’occhiataccia pregna di disprezzo.

“Una nuova capsula è giunta al nostro confine, portando con sé l’ennesimo carico di alieni! L’orlo esterno del nostro sistema non può più tollerare il continuo afflusso di questi esseri!” urlò rizzando le antenne color ocra sopra la testa. “Ailiat dovrà farsi carico ancora una volta di tenere in vita queste forme di vita inferiori, in attesa di smistamento ?”

Qualche segretario si alzò dalla propria postazione agitando la chela in maniera rabbiosa indicando Alvinias, altri si parlavano tra loro con toni sempre più accesi e scandalizzati.

“Ho promesso al mio popolo che lo avrei protetto. E così farò. Avete fatto poco e lo avete fatto male. Questi esseri sono una minaccia per le nostre femmine, per la nostra prole e per tutta la nostra specie! Non mi interessa se scappano da una guerra o se lo fanno per fame. Qui non c’è posto. O noi o loro. Sono venuti nel pianeta sbagliato!”

Nella sala scoppiò un putiferio. Il presidente continuava a colpire il proprio scranno ma ormai nessuno lo sentiva più.

“Farò a modo mio, Prima Ailiat”

Alvinis chiuse il collegamento staccando il sensore neurale. Intravide sullo schermo la fine della diretta in olovisione. Quel buono a nulla di Aimoid ce l’aveva fatta, alla fine. Un largo sorriso si fece strada tra i lunghi peli scuri del suo viso. Chiamò la Ronda Planetaria.

 

Dall’interno della capsula alcuni guardavano il pianeta verde allontanarsi sempre più.

Non tutti. Un gruppo dormiva raggomitolato in un angolo della stiva, stremato dalla fame o dalle ferite riportate.

Altri si erano tolti la vita poco prima, appena avevano intuito cosa sarebbe avvenuto tra le urla del resto dell’equipaggio.

Qualcuno scoppiò in lacrime, singhiozzando mentre la capsula veniva sospinta verso lo spazio vuoto.

Gli ultimi esseri umani erano destinati a spegnersi nel buio.

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