Scribacchiando

L’ultima visione

Il giorno in cui il veggente vide la propria morte era iniziato come tanti altri.

Chiuso nel suo tugurio, come sempre, aveva ricevuto le consuete numerose visite. Tra le tante, due nobili che chiedevano se sarebbero morti gloriosamente in battaglia ed un guerriero proveniente da un lontano clan. L’abilità di Sigurd era nota ben al di là del suo villaggio e uomini di ogni rango percorrevano leghe sotto pioggia, neve e vento pur di avere qualche notizia sul proprio futuro. In cambio di cibo, utensili o vestiti, Sigurd provava a dare loro qualche risposta. Prendeva loro la mano, chiudeva gli occhi e si trovava scaraventato in un mondo di immagini sovrapposte, sfuocate, con colori sgargianti che si mescolavano l’uno con l’altro. Attendeva qualche attimo e tutto cominciava a stabilizzarsi, mostrandogli brevi scene di ogni sorta. Solo col tempo, Sigurd aveva imparato a distaccarsi dai drammi e tragedie che troppo spesso era costretto a rivelare. Molte volte si era chiesto se fosse meglio tenere gli altri all’oscuro dal futuro dolore, dato che nessun cambiamento era possibile: ciò che vedeva sarebbe inevitabilmente successo. C’era stato un tempo, anni prima, in cui il suo dono di preveggenza era stato considerato da lui una sadica maledizione, malgrado al villaggio gli anziani erano stati sin dall’inizio entusiasti di poter contare su un giovane dotato di un simile potere. “Una voce degli Dei” o “gli occhi del Valhalla” così lo chiamavano. Sigurd aveva quindi detto addio ad una vita normale, abbracciando solo e soltanto la propria missione di svelare il futuro agli altri. Chi avrebbe, infatti, stretto amicizia con qualcuno che avrebbe potuto sapere il futuro altrui? Quale donna avrebbe amato un uomo che spiava le vite degli altri e magari la propria? Se gli anziani lo veneravano, gli abitanti del villaggio lo rispettavano ma non lo amavano di certo. Era un corpo estraneo alla comunità. Così si era rinchiuso nella sua piccola casa, pronto a vivere grazie alle visioni una vita che a lui era negata. Quando ormai l’abitudine si era fatta spazio, insieme alla rassegnazione, e si era insediata e accomodata nella sua monotona e grigia vita, vide qualcosa di sconvolgente: sé stesso che bruciava. Non potevano esserci dubbi, era proprio lui a dimenarsi in mezzo alle fiamme all’interno di un luogo chiuso. La sua barba bruciava, così come le sue vesti e la pelle si accartocciava tra fumi grigi. Si era assopito sul suo letto di paglia qualche ora prima. Non era un sogno qualunque, aveva le stesse caratteristiche di una delle sue solite visioni. Si era svegliato mandido di sudore ed era corso fuori dalla propria dimora, sotto qualche timido fiocco di neve mentre il buio prendeva il sopravvento portando con sé soffi gelidi nell’aria. Quanto tempo gli sarebbe rimasto? Come sarebbe accaduto? Sarebbe stato qualche soldato o nobile scontento delle sue risposte? Oppure sarebbe stato accaduto per via di una torcia rimasta accesa troppo a lungo? Era consapevole di non poter cambiare il proprio fato e che Hela, la Dea della Morte, sarebbe venuta a prenderlo tra le fiamme. Per giorni si chiuse in casa, dicendo di essere gravemente malato ma sapeva che presto o tardi gli anziani sarebbero venuti e lo avrebbero costretto a ricominciare a predire il futuro, pena la morte.

Un giorno all’alba, mentre tremava dal freddo, sentì un gemito provenire da fuori. Era un lupo, zoppicante, che si faceva strada a fatica nella neve. Era ferito o malato. Non sarebbe andato lontano, sembrava stremato. Incuriosito e dicendosi che sicuramente non sarebbe morto per il morso di una bestia e che non c’erano tracce di incendi nei paraggi, Sigurd si fece coraggio, si mise la sua pelliccia ed uscì. Il lupo era scomparso. Il sole stava facendo capolino oltre la foresta in lontananza. Il mondo era bello, là fuori. Si voltò verso la propria dimora e cominciò a correre. Non sarebbe tornato a casa, non stavolta. Se doveva morire, avrebbe dovuto prima vivere, almeno per un pò.

Cominciò a viaggiare. Nulla gli faceva paura, sapendo che la sua fine era già prevista. Il freddo, la solitudine, il perdersi in foreste buie non erano che esperienze nuove e affascinanti per lui. Dopo settimane da eremita, decise di visitare altri villaggi, il più lontano possibile dal proprio. Nessuno poteva immaginare chi realmente fosse e così, lentamente, iniziò una nuova vita. Conobbe persone, nacquero amicizie e, infine, trovò l’amore in un villaggio di pescatori nei pressi di un piccolo fiordo.

Quando, anni dopo, un fulmine colpì la sua casa, Sigurd era un uomo felice.

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2 pensieri riguardo “L’ultima visione”

  1. Non è la prima volta che me ne accorgo e con questa tua ennesima prova letteraria me ne dimostri la bontà della mia osservazione: i tuoi racconti non sono mai solo un esercizio di stile (cosa che andrebbe comunque benissimo, sia chiaro) e nemmeno dei tranche de vie minimalisti (stile narrativo molto in voga da anni tra gli scrittori anglosassoni, con notevolissimi esempi), ma sono sempre, indistintamente degli apologhi morali, come le migliori fiabe o i più bei racconti di fantascienza e di mistero.

    Oltre a farci rapire da una prosa agile e mai logorroica, senza orpelli o eccessi descrittivi, noi lettori sappiamo che le nostre domande, persino etiche, avranno una risposta alla fine e questo non solo è cosa assai complessa per un narratore ma anche pericolosa, perché raccontare una storia è un po’ aprire un diario, vero o immaginario, ma narrare una fiaba è cosa da maestri!

    Bravo Amulius!

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