Serie tv

13 Reasons Why: il testamento di Hannah Baker

Una liceale si suicida. Il suo lascito sono 13 tracce audio, divise in 7 cassette. In queste espone le 13 “ragioni” che l’hanno portata a compiere l’estremo gesto. Questa è, in poche parole, la trama ed il cuore di Tredici (13 reasons why), la recente serie tv targata Netflix.

Non è facile recensire un prodotto del genere, lo ammetto. In primo luogo per la tematica. Se è vero che siamo ormai abituati a tutto anche sul piccolo schermo, è altrettanto vero che una serie incentrata sul suicidio di una protagonista (minorenne, tra l’altro) non si era mai vista. In seconda battuta 13 si rivela essere il cugino (non troppo lontano) di un gioco molto apprezzato dal sottoscritto, Life is Strange. Dalla colonna sonora alla stessa sigla, passando per gli ambienti e le tematiche, si sente aria di indie ad ogni inquadratura. Mi ricorda quei classici film da teen ager che trovavo su Italia 1 la mattina nelle giornate estive (The Goonies ei suoi emuli). Non è facile essere obbiettivi in questi casi ma farò del mio meglio.

Come è noto, Tredici si basa sul romanzo del 2007 di Jay Asher “13” il quale narra di come il giovane protagonista (o meglio – coprotagonista insieme ad Hannah), Clay Jensen, sia venuto in possesso di alcune musicassette nelle quali la sua amica-amata racconta i motivi dietro la scelta di togliersi la vita. All’interno di ogni puntata, dedicata ad una registrazione, ci concentreremo su un personaggio che in un modo o nell’altro ha ferito (nello spirito, nella fiducia o anche in altri modi che non posso svelarvi) la giovane Hannah, dando il proprio “contributo” alla sua decisione finale. Hannah, ricordiamolo, è tutt’altro che perfetta ed anche la sua decisione di questo lascito così particolare è emblematica, divenendo “carnefice” a sua volta nei confronti di coloro che sono ancora in vita. Dobbiamo tenere presente però che stiamo parlando di un adolescente che, come tutti alla sua età, ha la tendenza ad estremizzare emozioni (mi piace paragonare l’andamento dell’umore e delle emozioni a delle montagne russe). Eppure è anche questo a rendere il tutto più verosimile. Clay viene a conoscenza del fatto di avere una registrazione dedicata e nell’arco di pochi giorni (a differenza di quanto avviene nel libro visto che ascolta tutto in una notte) vive con noi le storie di Hannah e ciò, come è facile intuire, lo sconvolgerà profondamente. La serie sarà anche il suo viaggio, accompagnato, rimproverato e guidato dall’amico Tony, quasi a voler imitare Virigilio nella Divina Commedia.

Tony, il guardiano silenzioso

E’ molto ben gestita l’evoluzione di un Clay nel quale – ma non penso di essere il solo – mi rivedo sotto molti aspetti. Timido, impacciato, nerd. Tutto sommato una persona normale. Inizialmente anche abbastanza menefreghista, poco incline a combattere per ciò che è giusto ed in cui crede. A differenza però del Clay dei flashback (tecnica che viene costantemente adottata in tutte le puntate, passando tra passato  e presente che si differenziano anche sotto il profilo della fotografia: più calda nel passato, più fredda nel presente), il Clay post- casette comincia a maturare e, seppur passando attraverso lacrime e sofferenza nel suo quotidiano ascolto, cresce e diventa una persona migliore. E forse anche noi, nel nostro piccolo, alla fine della serie, qualche riflessione possiamo farla. Su come ci rivolgiamo a chi ci sta intorno, su come la solitudine e la depressione siano una brutta bestia subdola, che dall’esterno a volte è difficile notare.

Il mutamento di Clay è reso molto bene. Il percorso di maturazione è doloroso ma necessario.

La serie, che ci lascia in sospeso nel capire a fondo cosa abbia portato effettivamente Hannah  a suicidarsi e, sopratutto, che diamine abbia combinato quel bravo ragazzo di Clay, ci spinge ad andare avanti, puntata dopo puntata. Non c’è bisogno di cliff-hanger particolari, basta pensare a cosa ci potrebbe riservare la registrazione successiva.

Parlando di interpretazioni, vorrei davvero fare un plauso alla coppia protagonista sulla quale non confidavo minimamente. Invece se la cavano alla grande.

Risate (poche ma buone).

Catherine Lagford riesce nel difficile compito di rendere un personaggio complesso come Hannah, tutt’altro che impresa semplice. Dalla ragazza sfacciata delle prime puntate a quella che piano piano scivola sempre più in basso, non senza lottare. Sopratutto con lo sguardo e con tanti piccoli gesti ci fa capire cosa passi per la testa della protagonista.

Quanto a Dylan Minette, la sua è interpretazione è un crescendo. Sopratutto nella seconda parte della stagione, quando il suo Clay comincia ad accusare i colpi di tutto ciò che ascolta, riesce a rendere il suo dramma e conflitto interiore molto umano e verosimile.

Oltre a loro ci sarebbero numerosi personaggi di cui parlare, ognuno col proprio segreto da nascondere, ognuno coinvolto nella faccenda di Hannah nei modi più diversi.

Chi non vorrebbe un amico come Jeff?

A livello tecnico, siamo nella media. Niente di memorabile né sul piano registico né nella fotografia. Non sono quelli i punti di forza di 13 ma la sua anima risiede nella sceneggiatura e nella capacità di empatizzare con le vicende in essa raccontate da parte dello spettatore che difficilmente la lascerà in sospeso troppo tempo. Ottima la colonna sonora dal forte sapore indie.

13 è una serie consigliata, sopratutto ai più giovani – ma non solo – e a chi ha la pazienza e la voglia di calarsi nei panni di un adolescente (tutti lo siamo stati).  Qualche puntata è più lenta delle altre (personalmente ritengo che 10 sarebbero bastate) ma non annoia mai. Il trittico finale è da urlo. 

Non è un capolavoro ma ha dalla sua un’ottima caratterizzazione dei personaggi nonché l’originalità nell’ambito delle tematiche trattate che, secondo me, la potrebbero far divenire una serie di culto, di quelle che non si scordano facilmente.

Potrà piacervi o potrà sconvolgervi ma una cosa è sicura: non vi lascerà indifferenti al racconto di Hannah Baker.

P.S. Se vi state chiedendo se la lacrima è arrivata, la risposta non può che essere positiva, continuando la striscia di pianti e commozione che questo 2017 mi sta riservando.

P.S.2  Molto singolare la scelta delle musicassette. Mi ricorda quando venni in possesso di un registratore audio per una intervista (compito per la scuola) e di come successivamente mi divertì tantissimo  a registrare su cassette verigini cronache inventate o chissà cos’altro. Era spettacolare il click convinto dei tasti robusti, lontanissimo dal frusciare delle dita sui nostri schermi touch.

P.S. 3 Da guardare in originale, ovviamente.

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