Cinema, Fantascienza

Oltre le stelle e oltre il blockbuster: Interstellar

 

Argonauti del XXI secolo

 

Premessa: è da tanto che volevo trovare un argomento degno per incominciare questa nuova season da blogger. Le idee erano tante, da vari film ad alcuni libri notevoli…eppure niente. Così il tempo passava e il blog rimaneva muto, a braccia conserte. Finalmente, come ogni serie tv che si rispetti, la puntata Pilot parte col botto. Grazie a Nolan l’asso nella manica lo spendo subito. Il miglior film del 2014, per ora (seppur con qualche difetto). 

 

“We used to look up at the sky and wonder at our place in the stars, now we just look down and worry about our place in the dirt”.

 

Non è facile dare un’opinione su Interstellar, l’ultima opera di C. Nolan.

Invidio tantissimo chi riesce ad avere un parere netto e ad articolarlo con tabelline dove incasellare pregi e difetti.

Ora proverò a fare del mio meglio per descrivere il film più difficile di Nolan. Se a livello di trama non siamo ai livelli di Inception e men che meno di Memento, questi ultimi potevano essere abbastanza facilmente classificati come “Blockbuster complesso” il primo e “grande film d’autore” il secondo. La perfetta via di mezzo tra i due “generi” è stata, forse, raggiunta con The Prestige (che ritengo sia il migliore del regista inglese ). Poi c’era stata la stupenda trilogia del Cavaliere Oscuro nella quale faceva capolino il genere supereroistico, annacquato però in una ottima salsa thriller (e meno male, aggiungo!).

 

Con Interstellar mi trovo davvero in difficoltà. Non siamo più nell’ambito della fantascienza molto “action” e ricca di suspence di mr Cobb ma all’interno del classico fantascientifico, che mette al centro l’Uomo e l’Ignoto. In un mondo eroso dalla “Piaga” che consuma le ultime risorse di cibo, dove l’uomo preferisce guardare in basso nel fango piuttosto che volgere lo sguardo alle stelle, il protagonista, l’ex-pilota Cooper – ora agricoltore, è l’unico (o quasi) ad essere ancora capace di sognare. Dimenticatevi robottoni o scenari apocalittici di un futuro distopico. Dimenticatevi totalitarismi ed eserciti senza pietà. Nel futuro di Interstellar l’Umanità semplicemente è tornata indietro. Ha abbassato le sue pretese, esausta dalla continua lotta contro ostili agenti atmosferici e la piaga che non conosce soste. La polvere caratterizza anche la stessa fotografia che ha un che di granuloso, di sporco. Dimenticatevi gli ambienti asettici che caratterizzano molte produzioni sci-fy.

Questo dualismo tra l’uomo che sogna anche se non ha i mezzi (apparentemente per realizzare i suoi progetti) e l’uomo che preferisce accontentarsi lavorando sodo su quello che ha, ridimensionando le sue aspettative, è ben rappresentato dai due figli di Cooper. Cooper Jr infatti è l’emblema di chi ormai ha perso la speranza che possa esserci una vita migliore.Forgiato dal sistema educativo che chiede solo agricoltori, l’unica realtà che accetta è la vita nei campi e le sempre più frequenti tragedie (non solo naturali ma anche famigliari) che progressivamente aumentano nel corso degli anni.

Padre e FigliaIl Tema però che guida letteralmente sia lo spettatore in sala che il protagonista nella sua navicella spaziale, è il rapporto con la brillante figlia, Murph. Un rapporto intenso, scosso dalla partenza per l’ignoto del padre (non sto a dirvi come…) che trascende anni, buchi neri e sistemi solari. Murph è il “sognare in grande”, la sete di conoscenza, la tenacia. Senza questo filo che unisce queste due anime così affini, il Viaggio interstellare e lo stesso futuro dell’Umanità sarebbero compromessi per sempre. Cosa dire dell’addio del padre alla figlia? Cosa dire della maestosa interpretazione di McCoaughey? Dopo lacrime sullo schermo (e in sala) siamo pronti ad abbandonare la Terra, per cercare una nuova Casa. I visionari scorci spaziali, accompagnati da uno Zimmer sontuoso, lasciano a bocca aperta. Lo stupore degli astronauti è anche il nostro, malgrado di certo non siano mancati film ambientati nello spazio anche solo negli ultimi 3 anni. Eppure è solo vedendo l’Endurance rappresentare un minuscolo puntino tra gli anelli di Saturno che capiamo come noi uomini non siamo altro che delle pulci all’interno del grosso contenitore nero dell’Universo.

L’evoluzione dei personaggi è significativa anche se molto sottile. Non abbiamo caratteri tagliati con l’accetta (perlomeno per i protagonisti) e il nostro eroe è un moderno Ulisse, assetato di conoscenza più che dal ricercare la gloria o dell’essere ligio al dovere. Ammette di essere nato per stare lassù, negli spazi siderali del cosmo. Eppure ogni secondo passato in missione verrà scandito dal pensiero fisso di ritornare a casa, recuperare il tempo perduto.

Gli effetti speciali sono talmente curati che si amalgamano alla perfezione con la poesia del viaggio spaziale e anche le scene più movimentate riescono a stupire (il viaggio nel Warmhole, l’attracco, il pianeta marino giusto per fare qualche esempio…senza parole). Non è facile oggigiorno, dato che ormai siamo abituati a Morti Nere, Robottoni che si trasformano in Dinosauri, Asteroidi in rotta di collisione, poco credibili viaggi nel tempo etc. etc.. La magnificenza dello spazio è strabiliante, il fascino dell’ignoto è sicuramente uno degli elementi di pregio del film.

Scampagnata spaziale

La storia si dipana con i suoi inevitabili imprevisti e con 2 buoni plot twist(per alcuni prevedibili a quanto ho letto. Sarò poco sveglio io ma quello fondamentale non me l’aspettavo…).

Il terzo atto è il più visionario, chiude le varie linee narrative, accompagnato da una trovata che, per una persona come il sottoscritto che va matto per viaggi nel tempo, è un’orgasmo cinematografico. Eccoci quindi a parlare di tempo in un’ottica circolare, di quel determinismo cosmico che adoro. Tutto ciò che accadrà è già accaduto e tutto ciò che è accaduto accadrà.

Il cerchio è un’altra chiave di lettura della pellicola: il ritorno a casa, lo stesso ciclo vitale, e perchè no pure il quadrante dell’orologio.

Sia chiaro, la trama non è complessa o ambigua come in Inception o The Prestige. La spiegazione è una e una soltanto. Si parla di Amore, Sacrificio, Coraggio, Follia. Stavolta la bellezza non è rappresentata dalla risoluzione finale (che è pur sempre affascinante ed elegante) : è stato il Viaggio il vero protagonista di tutta la pellicola. Il Viaggio per salvare i propri cari. Il Viaggio per salvare sè stessi dalla mediocrità. Il Viaggio contro la paura della morte. Il Viaggio per maturare e per tornare.

No comment

Non farò riferimento, ai personaggi secondari perchè due di questi avranno un impatto importante nella trama,lascio a voi la sorpresa.

Non è un film per tutti, non per la trama ma per il ritmo. Il film procede con calma e diverse pause. Ancora non so dire se questo possa essere un difetto o un pregio per un film del genere che affronta il viaggio interstellare e la tematica del passare del tempo.

Sta di fatto che è il passo è cadenzato. Avremo delle pause e poi dei progressivi aumenti di andatura (ma scordatevi le rincorse di Cobb). E’ forse questo uno dei motivi per i quali non lo consiglio a tutti. Se volete una sci-fy più leggera, più tendente all’action, virate su altro. Il recente Elysium ad esempio (per me senza infamia e senza lode malgrado l’eccellente protagonista) o anche, andando più sul sofisticato, il buon Source Code. Se invece avete intenzione di trascorrere 169 minuti in maniera diversa, preparatevi e salite sullo Shuttle.

Il Signor Nolan stavolta ci ha presi per mano e imbarcato sull’ astronave. Siamo scesi con un pò di mal di testa, confusi, emozionati, commossi.

Se il Cinema di intrattenimento può ancora “stupire” è grazie ai registi del calibro del buon Chris. Uno dei pochi.

Non il Capolavoro con la C maiuscola ma un film coraggioso. L’alchimia film autoriale- film di genere è meno riuscita di Prestige ma in compenso possiede una capacità di stupire l’immaginario decisamente superiore. Struggente e sbalorditivo, coraggioso e ambizioso: memorabile.

 

 

 

 

 

PS. Nella scena delle gigantesche onde del pianeta marino, mi sono tenuto stretto alla sedia. E non era 3d.

PS. in Inception il finale mi aveva commosso. Qui Nolan, furbacchione, ti fa commuovere già dopo mezz’ora.

 

 

 

 

 

 

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